venerdì 18 maggio 2007

LA BELLA ADDORMENTATA


(Racconto pubblicato sull'antologia - curata da Massimo Avenali - "ENTRATA D'EMERGENZA - Dodici nuovi accessi all'Abruzzo", Giulio Perrone Editore)

Non so come mi ritrovo appoggiata a questo albero, ma riprendo fiato, devo. Sento i miei polmoni riempirsi, cercano più aria, e ancora di più. Un capezzolo è quasi completamente distaccato dal mio seno, ma la paura copre il dolore. Di nuovo il rumore dei suoi passi sulle foglie. Devo scappare. La vegetazione di questo maledetto bosco non sembra volersi diradare, e ogni arbusto che incrocia la mia disperazione diventa una frustata sulla carne nuda. Sento le lacrime ghiacciarsi sulla guance mentre i rovi, come chiodi, mi trafiggono la pelle. Mi volto per cercare di sconfiggere il buio e misurare la distanza che mi separa da quel pazzo, proprio mentre una maledetta radice mi avvinghia il piede. Cado a terra, con il viso che finisce in una pozza di fango. Di nuovo solo il rumore del mio respiro. Forse si è stancato, forse ha sbagliato direzione e sono salva. Resto distesa e cerco di ascoltare anche il minimo rumore, il minimo fruscio. Mi rendo conto di essere completamente sfigurata. Mi tocco il viso e sento la pelle lacerata dai rovi e forse dal suo coltello. Ho il corpo ricoperto di sangue e fango, ma non sento dolore. Niente di niente. Neanche il rumore dei passi. Non ricordo nulla di quando mi ha spogliato, non ricordo se mi ha colpito, ma vedo i segni delle sue mani sui miei polsi. So per certo di essere stata violentata, e tremo, tremo ancora e piango.
Poi il respiro si calma, e io con lui. Mi appoggio, esausta, al tronco di un albero, e mi rialzo. Sento la sua corteccia ruvida e fredda sulla pelle, la sento mia amica. Forse sono salva. Solo una speranza, solo un’illusione. Una mano mi afferra per i capelli. La mia faccia sbatte contro il tronco. Sento il sopracciglio aprirsi mentre cado di nuovo a terra. Lui è lì, davanti a me. Si china, mi solleva il capo e mi accarezza il collo con la lama del suo coltello. L’espressione del suo viso è fredda. Non un’alterazione nel suo respiro mentre si sbottona i pantaloni, di nuovo. Sento quella lama ghiacciata non più sulla pelle ma dentro la carne e un fiotto di sangue sul piede mi ricorda l’ormai dimenticata sensazione del calore. E’ tardi ormai quando sento un suono familiare, sempre più acuto, sempre più vicino. Sempre più vicino. La vista, ormai appannata, sfuma dal mio piede in una pozza di sangue, a una visione che prende sempre più forma. Nell’oscurità solo il rosso, che comincia a materializzare un’immagine. No, sono numeri, e lampeggiano:

7:00

Aprì completamente gli occhi e disattivò la sveglia.
Ancora quell’incubo. Erano passati tre anni ormai. Continuava a sognare la morte della sua ragazza. Violentata e uccisa. Nel suo sogno lui era lei. Viveva l’angoscia della sua donna sentendola sua. Mai abbastanza, pensava.

Si alzò e andò in cucina. Preparò la caffettiera e mentre aspettava accese il televisore e la prima sigaretta. Solo pubblicità, ma fanno compagnia anche le televendite di materassi quando non si è ancora completamente svegli.

Fuori dalla finestra il sole cominciava ad accendere di rosa il Gran Sasso. Aveva amato quella montagna, fino a tre anni prima. D’Annunzio definiva quel monte come “la bella addormentata” perché guardandolo da Pescara somigliava al profilo di una donna distesa su un fianco. Lui guardò la montagna da quella stessa prospettiva, e vide la sua compagna. Era ancora una volta distesa e fiera di sé. Della sua bellezza. Della sua grazia e della sua totale armonia. Carezzò i suoi fianchi disegnando quel profilo sul vetro appena appannato della finestra. Carezzò il suo seno poi si soffermò sul viso. Sulla vetta del monte. Maledetto Gran Sasso. Proprio lì la morte l’aveva trovata.

Il borbottio della caffettiera lo catturò, finalmente.
Ancora buio. Sempre più buio intorno.

Seduto sul divano in similpelle verde sorseggiò il suo caffè, accese ancora una sigaretta e gettò il fiammifero ancora vivo nel posacenere. La piccola stecca di legno scivolò sui tanti mozziconi e, ormai spenta, finì sul tavolo a far compagnia alla cenere e ad altre vecchie macchie.

Aspirò un’ampia boccata sfiorando con le labbra le dita ingiallite e si guardò attorno, avvolto da una luce fioca e dall’ormai densa cortina di fumo che rendeva quasi palpabile l’aria nella stanza. Immaginò di trovarsi in un vecchio bar, negli anni ’50. Gli sembrò addirittura di sentire un pianista intonare un vecchio motivo, gli avventori ridere e scherzare. Invece si trovava, solo, nel suo freddo appartamento preso in affitto poco prima che la sua donna morisse e che presto avrebbe dovuto lasciare. Il padrone di casa gli aveva appena dato lo sfratto. Troppe mensilità in arretrato. Che se lo riprenda, pensò.

Quando il suo sguardo, apparentemente assente e intento ad accompagnare i suoi pensieri altrove, si poggiò sulla parete alla sua destra, di colpo ebbe un sobbalzo. Quasi un brusco risveglio. Un ritorno alla realtà.

Vide una porta su una parete sino a quel momento vuota. Una porta verso cosa?
Quella porta non c’era mai stata. Non riusciva a capacitarsene, invece era lì.
Pensò di impazzire. Guardò ancora la porta. La porta guardò lui. Una semplicissima porta in legno. Maniglia in alluminio e serratura in ottone. Una sola anomalia: quella porta non doveva essere lì.

Si alzò, dopo aver acceso l’ennesima sigaretta. Dopo aver arricchito il suo cimitero di fiammiferi e mozziconi stanchi. Lo fece lentamente, cercando di non far rumore. Aveva, forse, paura che la porta si svegliasse. Ma doveva aprirla. Doveva avere la certezza che dietro quella porta ci fosse solo un muro, solo il nulla. Di più: doveva avere la certezza che, toccandola, la porta sarebbe svanita come una qualsiasi banalissima allucinazione.

Sfiorò la maniglia, ma la porta non scomparve. La strinse nella mano, una maniglia fredda. Morta. Iniziò ad abbassarla lentamente, tendendo l’orecchio verso il legno screpolato. Oltre la porta voci di bambini che correvano. Immediatamente lasciò la presa e indietreggiò, sconvolto.

C’era qualcosa oltre la porta. C’era qualcuno oltre la porta.

Tornò sul divano, tremando.
Infilò la mano nella tasca del pantalone e ne tirò fuori un rosario. Cominciò a consumarne i grani sussurrando qualche preghiera, distrattamente. Il suo pensiero non era rivolto a Dio, ma al modo in cui quella porta potesse essere comparsa dal nulla. Al perché. Quella porta verso cosa?

Si alzò e appese il rosario all’unico oggetto che emergeva dalla porta, un chiodo arrugginito puntato proprio al centro. Si avvicinò, senza mai dare le spalle all’intrusa, alla cassettiera che stava al suo fianco. Aprì un cassetto e prese la sua vecchia pistola a tamburo. La pistola e il rosario lo avrebbero protetto dalla porta. Da quello che celava. Poi tornò sul divano, a pregare e a bestemmiare.



Qualche settimana dopo qualcuno si accorse del fetore. Nei grandi palazzi succede sempre così. Si sentono tanto i rumori, ma non si sentono i dolori. Qualche volta, poi, si sentono gli odori.

Quando i vigili del fuoco buttarono giù la porta d’ingresso lo trovarono seduto sul divano. Con un buco sulla tempia.Il più giovane dei vigili, tra i vari frammenti di legno sparsi sul pavimento, si accorse del rosario. Si tolse un guanto, baciò la mano destra, si chinò e lo raccolse. Lo guardò, immerso nello strano silenzio che raramente riesce a riempire una stanza già piena di gente, prima di poggiarlo sul ripiano di una vecchia libreria con qualche libro e tanta polvere. Poi guardò l’uomo sul divano prima di uscire dall’appartamento. Un’ultima volta.

IL LEONE BLU

(Racconto scritto a quattro mani con Rossella Pirillo. Selezionato dalla Giuria del Premio ''Luccautori 2003" e pubblicato sull'antologia "RACCONTI NELLA RETE 2003", Newton Compton Editori)



Gooooool. Paolo segna sempre. Lui e la sua banda non mi fanno mai giocare con loro, però sono davvero più bravi di me. E poi non è così male guardare le loro partite stando in groppa al leone in pietra che protegge l'ingresso della parrocchia di San Giustino. Un bel leone grigio e caldo e con una criniera tutta riccioli come le parrucche di quei signori nei libri. Oggi non sono solo. Sull'altro leone, a cavalcioni come me, c'è un signore che mi sorride. Chissà che vuole. Faccio finta di non averlo visto, magari va via.
Gli indiani vincono: hanno ucciso già tre cowboy. Uno è caduto dalla schiena del leone e il signore si è precipitato per raccoglierlo, ma sono riuscito a fare prima di lui. Ci tengo ai miei soldatini. Quando ci siamo guardati mi è quasi dispiaciuto non averglielo lasciato prendere. I suoi occhi mi ricordano un po’ quelli della mamma quando mi dice che non è bello star soli, vengono brutti pensieri, ci si innervosisce e tutto diventa pesante, e poi mi dice esci, vai a giocare con i tuoi amici.
Forse lui voleva solo vedere che pistola usava il cowboy. Allora facciamo così gli dico, io gli indiani e tu i cowboy. Sorride e iniziamo a giocare. Sta sempre in silenzio e per ogni cowboy che faccio fuori si tocca con un dito quella strana cicatrice che ha sulla fronte. La mamma mi ha insegnato a non fare domande su queste cose. Sembra davvero che si stia divertendo con me. Mi ero stufato di avere sia i cowboy che gli indiani. Da solo vinco sempre, ma non mi diverto. Non è come quando Paolo fa gol. L'ho fatto nero! Lui guarda l’orologio e mi accorgo che è tardi. Meglio tornare a casa. Vado via salutandolo e gli lascio un cowboy e un indiano. Mi sorride e torna ad appoggiarsi al suo leone. Mentre mi allontano mi volto per salutare Paolo e gli altri. Grido ma non mi sentono. Lui invece è lì che mi osserva mentre mi allontano e agita la mano. E' simpatico.
Le polpette che fa la mamma sono davvero buone. E' bello mangiarle insieme a lei. Il papà rientra sempre tardi e io già sto dormendo quando lui inizia a cenare. Lo so perché in genere mi sveglio quando urla qualcosa di brutto contro la mamma. Mi sono abituato ormai, speriamo si sia abituata anche lei. Chissà se il mio amico ci sarà domani.
Il latte caldo non mi piace. La mamma dice che è importante fare un'abbondante colazione. C'è il calcio che è fondamentale per la crescita. Esco di casa per andare a scuola. Lui è lì, appoggiato al muretto che separa la strada dal fiume. Appena mi vede uscire di casa mi sorride, si alza in piedi e si incammina con me. Gli racconto dell'ultima lite del papà con la mamma. Lui mi ascolta in silenzio e non sorride. Quando siamo quasi davanti al cancello mi fa l'occhiolino dandomi una pacca sulla spalla come per dire non ti preoccupare, tutto si aggiusterà, sei un bravo bambino, e il mio cuore diventa più grande. Dietro di me spunta Paolo con un sorriso di scherno. Di solito fa così quando riesce a rubarmi il panino dalla cartella. Deve esserci riuscito ancora. Meglio star zitto, forse oggi mi fanno giocare a pallone con loro.
La maestra mi ha mandato nuovamente dietro la lavagna. Si arrabbia sempre perché anziché stare attento alla lezione mi distraggo disegnando. Amo disegnare. Da grande farò il pittore.
La mamma oggi non è stata brava in cucina. Piange e non volevo farla pensare alla minestra un po’ salata, così non dico niente e mangio. Mentre mando giù un cucchiaio di zuppa e un sorso d'acqua lo vedo dietro la finestra. Lui è proprio lì e guarda attraverso il vetro. Guarda la mamma. Ma piange anche lui? Piangono tutti oggi.
Voglio fare in fretta a finire i compiti. Giorgio va dal dentista: forse Paolo mi farà giocare a pallone con loro.
Esco di casa. Lui è appoggiato al muretto. Mi sta aspettando. Sono contento di vederlo ancora. Mi piace passeggiare con lui, anche se non dice mai nulla. E' bello il suo sorriso, mi fa compagnia. E' un sorriso speciale. E' come se non vedesse me, ma qualcuno molto meglio di me.
Arriviamo in piazzetta. Paolo ha appena fatto gol. Gli altri lo portano in trionfo, neanche avesse vinto la Coppa delle Coppe. E’ buffo vedere la disperazione di Antonello. Lui è ciccione e lo mettono sempre in porta. Ogni partita Paolo gli segna almeno cinque gol. Ma almeno Antonello gioca.
Che bello, mi chiedono se voglio giocare. Il mio amico mi sorride soddisfatto e va ad appoggiarsi al suo leone. Farà il tifo per me, almeno lui. Gioco contro Paolo, che mi guarda con disprezzo. Finalmente mi passano la palla e provo ad avvicinarmi alla porta avversaria. Paolo mi spinge facendomi cadere a terra.
Sono sul letto con la mamma seduta al mio fianco che fa la maglia. Mi sono fatto una bella ferita sulla fronte cadendo. Sette punti. Lui ha sorriso quando mi ha visto e si è toccato di nuovo la cicatrice. Non è la sola cosa strana, l’unico segno. Io cresco e lui sembra sempre più giovane.

* * *
Il mio atelier è in Saint Denis e non ho problemi a vendere i miei quadri. Sono riconoscibili e abbastanza strani. Affascinanti, dicono. Sempre il leone blu, con una criniera di riccioli che sembra una parrucca settecentesca e una profonda ruga sulla fronte, almeno dicono così, ma io so che è una cicatrice. A volte il leone piange, a volte fa la maglia.
Ho appena finito l'ultimo e credo sia uno dei migliori. Il leone questa volta ha un bambino tra le fauci. Lo tiene delicatamente fra le zanne, come se sorridesse. Ci sono dei soldatini sparsi per terra, indiani e cowboy.
Posso andare a lavarmi le mani con la trielina. Allo specchio vedo la mia fronte macchiata di blu e quel bimbo senza cicatrice dietro di me. Mi sorride mentre passo lo straccetto sulla fronte. Ha un pallone sotto il braccio.

DistrAzioni

Polvere respiro mentre la gola
graffiata dai sogni miei
dalla lama d’un rasoio
il cui placido tormento rinfresca
il pallido cielo di un qualunque mattino
è recisa.
E’ solo il canto di foglie che il vento
rimprovera ancora e sfiora e sfiorisce
o i tasti di un pianoforte che le ore
accompagna danzando.
Con loro.
Non sfugge alla logica audace
d’un nascondiglio dimora del buio
un bimbo.
E il cielo lo osserva
piangendo,
d’astratto distratto.
E non ho più, o ancora
paura.
Indifferenza è sovrana sotto i coperchi
di pentole vuote.
E bussa, un tamburo
bussa,
nessuno lo lascia entrare.
Un bicchiere d’acqua, grazie.
Anzi un cognac.
Di troppe nevrosi [davvero] cosparse le rupi
della vita mia, o
di una vita (mia?). Tra gli aghi dei pini
e le loro radici di essenza.
Pallido il sole
che pallidamente sorride stamani.
E’ solo profumo d’istante.
Mi abbraccia un cappotto
una sciarpa mi carezza il collo.
Gli parlo,
un piccione non mi risponde.

BUONANOTTE

Raggomitolata
fra la quiete del silenzio
rifugio discreto dell’anima

i pensieri si inseguono
rapidi
sfumati

busso
alle morbide porte del sonno
e s’increspa
fra le ciglia cucite
l’ennesimo sogno

[Serenella Ruggiero, 24 novembre 2002]

#

Annego
tra le pieghe abbandonate del tuo cuscino
e le lacrime tue mescolate alle mie
respiro.

Voglio assuefarmi,
d’esse ubriacarmi per sentirti
ancora.

Del tuo dolore muta
l’ombra respiro
senza paura, paura non tua
cosciente incoscienza.

Ho sentito bussare
alle morbide porte del sonno.
Poi ho visto incresparsi
fra le ciglia cucite
il tuo ultimo sogno.

MECCANICITA' DI UN SENTIMENTO

Eccoti assente, davanti a me
e dietro il resto.
Vivi un labirinto, groviglio di parentesi.
Aperta l'ennesima hai già la consapevolezza che presto si chiuderà,
che la chiuderai,
e ne vivi il contenuto.
Lo senti addosso e ha peso di tempio.
Lo senti dentro e ha punte d'infiniti spilli.
Si legge nella distesa opaca contenuta tra le ciglia,
confini che sembrano cespugli,
cornici disegnate per impreziosire aiuole
irrimediabilmente svigorite.
Poi
angoli di labbra disegnano un sorriso,
infinitesimo nel suo infinito
ma solo un disegno senz'ombra d'anima,
sbiadito, dovuto.
Come un lampo nella notte che è davvero solo un lampo.
Goccia di luce nell'iride del corvo che
immancabilmente
torna ad avvolgere la mente, non le membra.
Volendo anche solo assaporare un attimo
sai che non ti sarà
mai
più
possibile
ignorare la meccanicità di un qualunque sentimento.

COME VECCHI PEZZI DI LEGNO

Ancora
la voglia di ritrovare la ragione
riemerge
come vecchi pezzi di legno
tra le onde del mare
fra tette brodose
olio di cocco
sudore e petrolio.

Di nuovo la sua spinta
sterile e nervosa.
Dilanieresti la tua pelle
con aghi e coltelli
per aiutarla a sgorgare.
Con croci e santini
uncini e lumini.

Ma non hai
più
nulla
di tutto
ciò.
Non hai più neanche le unghie
consumate sull'intonaco di una vecchia perete.
Solo sale sulle labbra
solo fiele sulla lingua
solo aceto nelle piaghe
pustole, vesciche e rughe
di quella che
una
volta
era
pelle.

E mastichi fango
mentre si eclissa
ancora
la già antica voglia di ritrovarla
(la ragione
ma quale ragione?)
e con essa scompaiono,
fra tette brodose
olio di cocco
sudore e petrolio
oltre le onde del mare,
vecchi pezzi di legno
che
irragionevolmente

affondano.

DAL BASSO

non mi capisci.
e ancora una volta
a emarginarti
ora
Sono io

diventa un po’ tuo.
forsee il disagio
con il peso che ha per me
dalla mia prospettiva
a modo mio
Ti faccio vedere il mondo

per una volta.
prendendomi gioco di te
mi dà la forza di ridere
distacco
guardato con sufficienza
sfruttato
Ma l’abitudine a essere calpestato

dal basso.
a vivere la mia vita
Proprio come faccio fatica io
- vero? -.
Si fa fatica

SOLO UN SOFFIO DI VITA

La sabbia scivolava nella clessidra,
e sulla tua pelle.
Ha lasciato i suoi segni
fuori e dentro te.
Ti nascondevi e lo fai tuttora
dietro una maschera piena di indifferenza,
di sottilissimo lino, e di duro cemento.

L'ho vista la faccia scura di quel secondino saraceno;
cercava di sodomizzarti mentre tu ridevi dentro.
Ho visto il suo orgoglio lacerato,
non il tuo, di ebano buio.

Ho visto e vedo l'equilibrio che ti accompagna,
lo stesso di chi vive in una bolla di sapone
trascinata dal vento
e che non sa dove andrà a scoppiare.

Ma hai un fiore bianco al tuo fianco,
lo portavi dentro e ora lo annaffi
continuamente
per non farlo appassire,
per non lasciarti appassire.

Deve essere strano essere soli
mentre si è in mezzo alla folla;
poi, invece, sentire le urla e le gomitate
quando si è soli davvero
tra le dune di qualche immenso deserto.

Ora c'è solo il tuo sguardo
che, come uno stagno,
attende il dolore del lancio di un sasso
che gli dia un semplicissimo soffio di vita.

CARTONI ANIMATI (Un sogno speciale)

Quando il piccolo Goran riaprì i suoi due grandi occhi blu, aveva ben chiaro in mente il sogno speciale che quella notte gli aveva regalato, ma si rese subito conto che, con il passare degli istanti, tanti particolari cominciavano a svanire. Cercò così di fissarli nella sua mente per trattenerli a lungo, almeno per l’intera giornata, e lo fece a voce alta, tentando di escludere tutti i rumori e le luci che avrebbero potuto distrarlo.

"Allora... ero ancora bambino (adesso era un ometto, 12 o 13 anni, chissà)
e facevo colazione mentre la mamma riempiva la lavatrice, e si arrabbiava con me per delle macchie d’erba sulle ginocchia dei pantaloni.
Poi mi accompagnava a scuola dove c’era la maestra ad aspettarci all’ingresso.
Poi facevamo ricreazione.
Poi ginnastica.
Poi papà veniva a riprendermi e tornavamo assieme a casa con la nostra lussuosissima Fiat Ritmo con i cerchi in lega.
Poi a casa c’era la mamma che ci aspettava con il pranzo già pronto.
Poi guardavo i cartoni animati alla tv.
Poi... poi...".

Erano finiti i poi. Solo nebbia, l’altra parte del sogno era già volata via, ma quello che era riuscito a trattenere nella sua mente era già abbastanza. Proprio un bel sogno. Poteva alzarsi ora, e aveva gli angoli della bocca rivolti leggermente verso l’alto, a disegnare un sorriso vero.

I suoi grandi occhi blu erano divertiti e sembravano guardare ancora quei cartoni animati, mentre spostava i cartoni inanimati che lo avevano protetto da quella che era stata una delle notti più fredde in quella che forse non sarebbe mai riuscito a sentire come la sua città, ma nella quale ormai viveva già da cinque o sei giorni. Ripose con ordine i cartoni in una rientranza tra le pietre del ponte che lo riparava dalla pioggia (almeno da quella), prese per lo spago, che aveva adattato a manico, un vecchio secchio che forse un giorno era stato blu, controllando che all’interno ci fosse anche la sua vecchia spugna secca, e iniziò a camminare, sperando di trovare un semaforo dove il rosso durasse un po’ più a lungo.

Camminando nella nebbia scalciava una lattina di birra vuota e canticchiava il motivo di una vecchia filastrocca: l’unico ricordo che aveva ancora della sua mamma, o forse era di qualche suora.

IL BARBONE

Piedi che sussultano
questo il mio orizzonte
abituale
sempre più veloci
più colorati.

Sono solo un'appendice
ormai
di questo marciapiede
che mi dà del tu.

Un tintinnio
nella mia scatola
e il mio sguardo cupo
di ringraziamento
verso quella mano
che già si scopre linda.

Posso fermare lo sguardo
ora
davanti allo specchio
della mia memoria
nel rumore del silenzio
che mi circonda.

ORIZZONTI

Passi stanchi
su foglie marce
pensieri mescolati
con muffe e ombre
cupe.

Non cambia l'orizzonte
mentre la mano nella tasca
cerca cristalli
miscelati al fango.

Nell'altra una corda
a confondere le sue certezze
recisa.

Luce
tenue
in altre lontananze.

PRESENTE ASSENZA

Spalle grandi
ormai curve,

nodose mani
di zappa amiche
di carta amanti.

Fondamenta
della casa della tua vita
pilastro tu
della mia.

Tempo
distanza
silenzio,
maschere del mio rimpianto.

Assente lui
nella sua presenza.

Assente io
nella mia.

IL MURO D'ORO


davanti a lei
non ai suoi occhi
ma al suo sguardo
interiorità pura.

Silenzi complici
di parole
sterili.

Ma
con lei
quel cerchio
biondo
sul suo anulare,

sinistro.

LE PAGINE STRAPPATE

a Serenella,
fiore di vetro.
"Forse stavi cercando questo".
La voce del vecchio bibliotecario comparve dal nulla. Non ti impaurì.
Eri solo una bimba e ti voltasti lentamente alzando lo sguardo per raggiungere quello sorridente e fiero del vecchio che, salito sull’incerta scala a pioli, aveva raggiunto lo scaffale più alto per prendere un libro. Riscese poi la scala lentamente, si inginocchiò davanti a te. Ormai avevi occhi solo per quel libro. Il tuo libro. Non dicesti nulla quando il libraio te lo porse. Ringraziasti con un sorriso dolce e soddisfatto tenendo il libro stretto tra le manine e uscendo dalla biblioteca.
Non immagineresti nemmeno quanto mi è sembrato lungo il tragitto. Quei pochi tornanti che io e te conoscevamo bene.
Dalla città ci si spostava verso quelle che erano le nostre origini. Origini umili come quelle dei cacciatori che per primi...
La casa di nostro zio, tuo ultimo rifugio, spiccava nel verde umido delle mattine di novembre. Ti nascondeva, mentre il cielo commemorava l’azzurro dei tuoi occhi. Colonna sonora, un assordante silenzio.
Quanto eri bella. Anche allora. Lo sguardo timido non ti aveva abbandonato nemmeno davanti al tuo più grande atto di forza. Era lì, solo un po’ assente.
Le schegge del parabrezza frantumato erano diamanti che rendevano dolorosamente inestimabile un gioiello già prezioso.
L’odore acre che non avrebbe mai più abbandonato i sedili dell’auto e tutte le tue cose sembrava fresca lavanda.
Quel libro non c’era. Non c’era mai stato. Era solo un’idea per un racconto mai scritto.Ma il mio cuore lo vide, poggiato al tuo fianco. Lo vide e cominciò a sfogliarlo, leggendo di sorrisi, di pianti, di tenere storie d’amore, di innocui capricci, di tenerezza,
di dolore,
di dolore,
di dolore.
Pieno di te.
Infine una pagina bianca. Voltata quella, solo i minuscoli lembi delle tante pagine che avevi strappato.
Quante ne avresti potute riempire. Ancora.
Ma hai deciso di tornare da quel vecchio bibliotecario.
Forse ti darà un nuovo libro, questa volta pieno di colori. O forse ti darà una mano lui, ora, a riempire le pagine che hai strappato e portato con te.
Ma quanto avrei voluto essere io ad aiutarti. Lo so, sarebbe stato difficile scrivere le prime.Ma quanto è e sarà insopportabile sapere che non potremo scriverne più.